Il luogo dell’Imprinting

Non c’è altro luogo che definirei il più significativo nel corso della mia vita che non sia Riace.

Devo ammettere che è difficile spiegare perché posso affermare con certezza che questo piccolo paesino della provincia di Reggio Calabria  è stato il mio “imprinting”. La realtà è che nei suoi scorci pittoreschi e nella sua bellezza tipica dei paesi del sud, tra mare e campagna, vi sono ormai impressi i ricordi di un’intera vita. Ogni singolo luogo ha ormai dentro di sé le memorie di tutte le estati passate tra quei vicoli, percepiti diversamente man mano che crescevo e cambiavo.

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Prima di tutto vorrei parlare un po’ di Riace. È un paese davvero, davvero piccolo, di quelli di cui si dice che trovi solo qualche vecchietta e i gatti in giro per le strade. Forse è più famoso di altri per via della scoperta dei famosi “Bronzi” di qualche decennio fa.

Ma per me, prima di tutto, è il paese dei nonni, il paese di papà, quello dove si passano le vacanze e dove si ritrovano gli amici della “comitiva”, quelli che sono sempre una certezza nella vita.

E sono felice di vedere che negli ultimi anni si stia ripopolando grazie al piano di accoglienza che ultimamente lo sta rendendo piuttosto rinomato nel resto del mondo (basti pensare che il sindaco, Mimì Lucano, è stato annoverato tra i 50 uomini più influenti al mondo, ma questa è un’altra faccenda).

Riace è un paese in rinascita. Si riempie di colori e di luce, di profumi e di risate di bambini che giocano per le vie scoscese. Le vecchie abitazioni diroccate e ricoperte dal verde sono fonte di ispirazione per gli artisti che ogni estate vengono ad arricchirlo ogni volta di più e le vecchie botteghe artigianali sono state riaperte o riadibite a laboratori. L’estate si anima di feste e sagre, ricche di profumi, di tarantelle, di gente che si diverte e di buon vino. Dalla piazza principale si diramano tutte le viuzze del borgo che si perdono in un labirinto intricato, in cui io stessa dopo anni ancora rischio di perdermi. Ma dopotutto è bello perdersi in quei luoghi suggestivi, sembra quasi di tornare indietro nel tempo, o di essere in un mondo fantastico. Ci si può ritrovare improvvisamente affaciati alle cosiddette “timpe”, i pendii delle colline ricoperti di ulivi e fichi d’india, tagliate dai letti delle vecchie “fiumare” ormai secchi. E dopo le colline dorate dal “sole di Calabria” spicca prepotentemente il blu intenso del mar Ionio, che riempie l’aria col profumo di salsedine.

Uscendo dal paese ci si ritrova in aperta campagna, tra le contrade antiche ormai quasi del tutto disabitate, che però ancora collegano il paese “Superiore” alla Marina.

Per parecchi anni, Riace ha subito un lento svuotamento, ritrovandosi ad essere quasi uno di quei paesi “fantasma”, con le vecchie case diroccate le porte di legno che cigolano col vento.

Il punto più suggestivo in questo senso è sicuramente il vicolo dello Spirito Santo, dove sorgono le rovine del vecchio Palazzo Alvaro, residenza dei signorotti del paese all’epoca, e della vecchia chiesa abbandonata. Quando ero bambina, mi raccontavano un sacco di storie di fantasmi riguardo a quel posto. E passare da lì, col vento che ululava tra i vetri rotti, metteva i brividi. Tutt’oggi quando mi capita di passare da quella via, un’occhiata al ponticello gliela do sempre.

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Il cuore della città però è il cosiddetto “Ponte”. Sebbene un ponte effettivo non vi sia più, è lì che i paesani si radunano, anche solo per sedersi al bar a giocare a briscola. Sulla parte alta del Ponte vi è il municipio, di fronte al quale sorge uno dei simboli più belli del paese, un maestoso pino marittimo, che è lì a vegliare sulla piazza e a rinfrescare i pomeriggi estivi con la sua ombra da più di un secolo. Da lì si scende a quella che una volta era una semplice piazzetta, una di quelle dove noi bambini all’epoca giocavamo sulle altalene e ci rincorrevamo per tutto il pomeriggio, tornando sempre a casa sporchi di terra e con le ginocchia sbucciate. Oggi è cambiata nell’aspetto, divenendo un anfiteatro dai colori dell’arcobaleno, ma per fortuna i bambini non hanno perso l’abitudine di trascorrere lì i loro pomeriggi a giocare spensierati.

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Dal ponte si scende verso la piazza della chiesa matrice e da lì si dirama il vecchio borgo medievale in tutta la sua confusione.

E quindi questo è Riace. Nel suo piccolo, riesce a sorprendere con paesaggi meravigliosi e scorci suggestivi, illuminati dal sole intenso estivo, arricchiti dalle opere dei giovani artisti di passaggio.

Ma vorrei soffermarmi su un piccolo dettaglio che, chi come me vive tutto l’anno in città e passa l’estate al paese, può capire.

Chi ha sempre vissuto in appartamento come me magari ha sognato più volte di poter vivere in una bella casetta a due piani. Quando ero bambina per me quella era una delle più grandi aspirazioni. E per fortuna la casa dei miei nonni poteva soddisfare questo mio desiderio almeno nel periodo estivo.

La casa al mare, forse è questo il luogo a cui sono più legata in tutto il paese, perché è mio, perché è pieno di ricordi indelebili.

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Non è una casa perfetta, né eccessivamente grande e a modo suo è tutta particolare. Con gli anni è cambiata e con lei sono cambiate le mie percezioni e i miei ricordi impressi in quelle mura.

La mia casa è situata nella parte nuova del paese, sebbene non distante dal borgo medievale (le distanze sono relative quando un paese è così piccolo.)

Una volta, la casa era solo a metà rispetto ad ora, col tempo l’abbiamo ingrandita, ma da piccola mi sembrava comunque una reggia enorme rispetto all’appartamento a Roma.

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L’ingresso è su una strada in pendenza, ma le anziane vicine riescono comunque ad accomodarsi con le loro sedioline a parlottare fuori dalla porta. Si accede subito al soggiorno, che una volta era poco più grande di un corridoio, con le scale e un divanetto con la tv. Oggi la casa è cambiata, è più grande e accogliente, e il salone è vivibile. Da lì, si può salire alle camere da letto o proseguire verso la cucina, che era il regno incontrastato di mia nonna quando era ancora con noi. Dalla cucina si saliva su al terrazzo più grande, dove facciamo colazione la mattina o organizziamo delle mangiate tra amici, o semplicemente si passa il pomeriggio leggendo un libro o godendosi l’ombra. E poi la cosa che fin da piccola ho sempre ritenuto particolare e di cui mi vantavo con tutti gli amichetti: l’orto su cui si sale. Dal terrazzo parte una scala di pietra, ricavata alla bell’e meglio e dalla forma un po’ incerta, che porta ad un piccolo orticello dove mio nonno coltiva i limoni e i fichi. L’orto è comunicante con quello dei nostri vicini e confina col muro del palazzetto a fianco. È tutto un po’ strano e confusionario, ma l’ho sempre adorato così. Mi piaceva arrampicarmi la sopra: una volta la scala non era nemmeno rifinita e ci cresceva il muschio sopra e io immaginavo di star scalando una montagna per arrivare al giardino segreto, si sa, da bambini ci sembra tutto immensamente più grande.

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Mi sono sempre sentita a mio agio tra quelle mura, e sebbene non sia la casa perfetta e che come tutte le case di paese abbia le sue stranezze, per me rimane meravigliosa.

Ciò che finora non è mai cambiato sono state le piccole azioni quotidiane, quasi di rito, che un po’ tutti comprendiamo ma che per ognuno di noi sono speciali a modo proprio.

Il momento che ho sempre amato di più è quando torniamo dal mare, con la pelle che pizzica di sale e la sabbia sulle caviglie, e rientrando in casa trovare mia nonna che aveva già preparato la tavola e il pranzo. E anche se in casa eravamo solo in 6 lei preparava per un esercito, non si sa mai che arrivi qualche ospite o perché no, qualche scambio culinario coi vicini. Quando ero piccola, appena rientravo correvo in cucina senza nemmeno cambiarmi e subito partiva il pranzo luculliano tipico delle nonne del sud, poi correvo di sopra a cambiarmi per correre a giocare sulla strada davanti casa con le amiche del vicinato.

Ora invece, dopo il pranzo salgo di corsa le scale, correndo nella mia stanza e nel terrazzino tutto mio, da cui riesco a vedere le colline e il mare, e passo il tempo a fantasticare e a perdermi nei ricordi… perché quando si va a Riace è inevitabile.

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